16 Marzo 1978

16 Marzo 1978

4 Maggio 2025 0 Di Jacopo 3E

i cinque uomini della scorta uccisi

Il 16 Marzo 1978, in via Fani ad un incrocio da tre Fiat 128 e una Fiat 132 , viene rapito a bordo di una Fiat 130 blu,  il Presidente della Democrazia Cristiana: Aldo Moro; mentre si recava con la sua scorta alla camera dei deputati, prima fu uccisa la sua scorta di cinque persone, poi fu rapito e tenuto prigioniero per 55 giorni dalle Brigate rosse che chiedevano uno scambio: liberare alcuni prigionieri italiani scelti da loro in cambio di Moro, lo Stato non accettò e provo a trattare un altro accordo, nel mentre chiese aiuto ( come testimoniato da Maurizio Abbatino, un altro capo della Banda, poi diventato pentito) a Franco Giuseppucci il capo della Banda della Magliana, che aveva agganci dappertutto in politica e nel terrorismo, riuscì a trovare dove fosse detenuto, scoprì che il covo dove era imprigionato Moro si trovava in Via Montalcini, in zona Portuense, d’altronde quella zona era controllata dalla Banda. Lo comunicò allo Stato che però non intervenne, fece retro-front, disse ai    due boss di non muoversi più per Moro, e questo fatto, quando uscì fece molto scalpore, perchè lo stato non è intervenuto una volta che sapeva dove si trovava? Pochi giorni dopo venne ritrovato morto in una  Renault 4 rossa in Via Michelangelo Caetani il 9 Maggio 1978.

una foto diramata dalle brigate rosse

 Torniamo ai 55 giorni di prigionia: Durante i 55 giorni del sequestro Moro le Brigate Rosse recapitarono nove comunicati con i quali, assieme alla risoluzione della direzione strategica, ossia l’organo direttivo della formazione armata, spiegarono i motivi del sequestro; questi erano documenti lunghi e a volte poco chiari.  Le  Brigate Rosse proposero, attraverso il comunicato n. 8, di scambiare la vita di Moro con la libertà di alcuni terroristi in quel momento in carcere, il cosiddetto «fronte delle carceri», accettando persino di scambiare Moro con un singolo brigatista incarcerato, anche non di spicco, pur di poter aprire trattative alla pari con lo Stato. Durante i suoi giorni di prigionia Moro scrisse diverse lettere alla famiglia; con l’ultimo comunicato, il n.9 le Brigate Rosse recitarono testuali parole:” Compagni, la battaglia iniziata il 16 marzo con la cattura di Aldo Moro è arrivata alla sua conclusione. Dopo l’interrogatorio ed il Processo Popolare al quale è stato sottoposto, il Presidente della Democrazia Cristiana è stato condannato a morte». Inizia con queste parole l’ultimo bollettino delle Brigate Rosse che chiude il drammatico capitolo della prigionia. L’unica, ultima, possibilità era quella di scarcerare 13 “Combattenti Comunisti” imprigionati. Era quella la strada, non ce n’erano altre praticabili. «Libertà in cambio della libertà». In caso contrario, il Tribunale del Popolo avrebbe emesso la sua sentenza.  Questo è solo un estratto del comunicato per intero, che potete tranquillamente reperire su internet. Lo stato si divise tra chi non voleva liberare I/il brigatisti/a dal carcere, come Sandro Pertini che disse di non voler assistere al funerale di Moro, ma neanche a quello della Repubblica visto che liberando i Brigatisti le Brigate Rosse si mettevano alla pari dello Stato, poi c’era chi pensava di liberare i/il prigionieri/o. Vinse la Prima idea e lo Stato provò a trattare altre condizioni. Ma non c’erano altre condizioni, le BR le avevano già dettate e non potevano essere contrattate, allora le Brigate Rosse fecero ritrovare il corpo. Dopo la morte e il ritrovamento di Moro, la moglie fece una rivelazione: una figura politica di alto livello disse a moro di lasciar stare la sua linea politica o l’avrebbe pagata cara. questo fatto ancora ad oggi non è chiaro. Al processo dei colpevoli   molti confermavano la versione di Giuseppucci ( indirettamente), Moro si trovava nell’appartamento  indicato da Giuseppucci. Tra tutti colpevoli di questo caso, il più colpevole è   Mario Moretti: la mente del sequestro. Era alla guida dell’ auto che ha bloccato il convoglio di Moro e della scorta, e ha condotto gli interrogatori nella «prigione del popolo». Si è dichiarato esecutore materiale dell’omicidio di Moro. Condannato a sei ergastoli, oggi è in semi-libertà e la sera rientra in carcere. Questo caso sconvolse l’intera Italia, anche perchè fino ad allora non c’erano stati accanimenti contro politici( intendo rapimenti ecc..). Ad oggi alcuni dei colpevoli non sono stati trovati, si presume che i colpevoli sono più persone di quante ne sono state processate.